• La Redazione

IO CI VEDO TANTE SIMILITUDINI CON I GIORNI NOSTRI

La grave crisi economico-finanziaria del 1929, iniziata negli Stati Uniti d'America, sconvolse l'economia mondiale dalla fine degli anni venti fino a buona parte del decennio successivo, con devastanti ripercussioni sociali e politiche. Il boom economico partito negli gli USA dall'inizio della prima guerra mondiale, spinse ad un enorme rialzo l'indice azionario Dow Jones. I successivi crolli del 29 portarono ad una flessione del 40% in un mese dello stesso indice ed all'inizio di un ciclo economico altamente recessivo su scala mondiale. La crisi affondava le sue radici in una politica monetaria fortemente espansiva della Riserva Federale che rese disponibili a banche e individui una massa rilevante di liquidità. La speculazione sui titoli azionari alimentò un boom senza precedenti e rese possibile l'innescarsi di una spirale di rialzi sospinta dalla immaginifica rappresentazione di prospettive floride di crescita economica e da conseguenti aspettative irrealistiche di profitti futuri delle società industriali. Il grande economista statunitense, John K. Galbraith, descrive - con grande efficacia - questo "clima psicologico" di ostentato (e artificioso) ottimismo economico che si era creato all'epoca: "Affermando solennemente che la prosperità continuerà, si può contribuire, così si crede, ad assicurare che la prosperità effettivamente continui. Specialmente fra gli uomini d'affari è grande la fede nell'efficacia di tale formula magica". Al di là delle similitudini sostanziali delle politiche monetarie e delle loro immediate conseguenze, mi sembra che la formula magica dei nostri giorni venga alimentata dall’indistruttibile fiducia sulla possibilità di soprassedere sulla pesante crisi economica strutturale dei sistemi più fragili, in testa quello italiano.

Tra il 1995 e il 2000, i titoli azionari legati al nuovo settore Internet ebbero uno spettacolare e rapido rialzo dei corsi negli Stati Uniti e nel resto del mondo. La bolla speculativa scoppiò nel 2000 facendo scendere le quotazioni lentamente ma in modo inesorabile e molti investitori si rovinarono continuando ad acquistare mentre i prezzi scendevano, incapaci di capire perché il mercato puniva delle società tanto promettenti. Per comprendere a fondo come si sia potuto verificare il miraggio delle società “Dot Com” bisogna considerare che furono stravolte tutte le regole classiche di valutazione delle società. Non vennero infatti più considerati gli utili prodotti dall’azienda, i beni materiali posseduti, la liquidità o il suo livello di indebitamento, ma il valore veniva stabilito considerando le potenzialità offerte dalla sua presenza o dalla sua attività su Internet, un territorio vergine da colonizzare al pari delle colonie dei mari del sud. Vennero create società con i business più disparati, ma bastava nominare il suffisso dei domini web “.com” per far mettere da parte ogni prudenza agli investitori che acquistavano a piene mani i titoli confidando in rapidi incrementi dei prezzi. Che effettivamente avvenivano, almeno all’inizio. I profitti erano inesistenti, esistevano solo i buoni propositi per il futuro, le società non guadagnavano quasi nulla ma si confidava sul fatto che Internet sarebbe stato il “mondo nuovo” che avrebbe reso montagne di denaro, ampliando le possibilità di commercio. Le società finanziavano le proprie spese con le sottoscrizioni e gli aumenti di capitale, ma si tattavia solo di una facciata di cartone. E chi provava ad avvisare dei pericoli di una simile euforia veniva deriso e bollato come “antico”, incapace di cogliere le novità che il mercato offriva in un piatto d’argento, la “nuova economia” aveva stravolto la vecchia e con essa ogni criterio di valutazione aziendale fino ad ora conosciuto.

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