Il tramonto di una collaborazione: gli asset managers all'assalto dell'index providing che s


Gli ETF si stanno evolvendo verso la replica di strategie più complesse atte a dare all’investitore una vera alternativa alla gestione attiva, portando di fatto la customizzazione degli indici a non essere più esclusiva dei semplici prodotti di nicchia ma una discriminante imprescindibile per vasta parte della gamma prodotti. In futuro, si sceglierà sempre più frequentemente un certo ETF evoluto esattamente come oggi si sceglie un gestore ossia in considerazione dei risultati delle sue peculiari strategie (in questo caso rule based ) nel tempo e ciò inevitabilmente renderà la standardizzazione degli indici obsoleta per talune categorie di prodotti come gli smart beta. Questo cambiamento non costituisce certo un problema per i grandi index providers che, pur osservando un sempre maggior numero di nuovi prodotti sfuggire alla loro gamma di indici " standard", de facto, grazie alla crescita esponenziale del mercato ETF e alla fornitura di indici sempre più on demand e complessi, riescono a non accusare alcuna flessione nel proprio giro d’affari, anzi. Nel 2016 i ricavi di S&P Dow Jones Indices hanno infatti registrato un + 7% mentre quelli di MSCI addirittura un + 9.8% , ancora lontani dall' annuale record di FTSE Russell che nell’anno passato è riuscita ad archiviare addirittura il + 17%. Non sorprende pertanto che molti commentatori abbiano definito queste società uno dei migliori investimenti possibili, fino ad oggi. Produrre indici sempre più customizzati e legarvi i propri replicanti costa, e costa molto se la stessa customizzazione si spinge a livelli sempre più marcati come nel caso dei prodotti di ultima generazione. L’aumento di questi costi, pur consentendo agli index provider di annullare l’impatto dell’emorragia di ETF che si servono dei loro servizi, non è però certo compatibile con le necessità degli emittenti che devono invece affrontare queste spese mentre stanno combattendo una vera e propria guerra senza esclusione di colpi per la riduzione delle commissioni all’utente finale . Questo vale a maggior ragione per colossi come BlackRock, SSGA e perfino per Vanguard (che pur nota per gli expense ratio ridottissimi, molto probabilmente dovrà prendere in considerazione anch’essa un allargamento della propria offerta smart beta 2.0) che contano nella propria gamma centinaia di ETF e competono tra loro per la leadeship in un mercato che sta attraversando una fase di cambiamento decisiva. Con a disposizione le risorse necessarie a sostenere l’internalizzazione dell’indexing, ben consapevoli delle esigenze di un mercato che chiede prima di tutto smart beta evoluti, ESG e più alternative nel fixed income, forti di un momento storico che porterà soprattutto ad una massiccia diffusione di ETF di questo tipo e avvantaggiati dall'evidenza che MSCI, S&P e FTSE non detengono ancora una posizione di assoluta dominanza su queste categorie di prodotto (come accade invece da oltre un decennio nell’equity semplice), i colossi dell’ Asset Management mondiale sembrano aver deciso di porre fine a questa collaborazione. Naturalmente ci aspetteremmo di vedere segnali proprio sui prodotti appartenenti alle sopracitate categorie, ossia le più costose e decisive per sottrarre quote alla gestione attiva (smart beta multifattoriali ), quelle che ancora non sfruttano le potenzialità del mercato sottostante a ma registrano continui record nei flussi in ingresso (bond ETF) e quelle più trasversali ed in grado di essere applicate a una vastissima gamma di prodotti ETF con importanti economie di scala (ETF con componente ESG). Infatti, concentrando l’analisi sui principali issuer, ci rendiamo conto che l’applicazione di strategie smart beta al mondo del fixed income costituisce, insieme all’ultima evoluzione del tema della sostenibilità (ESG), l’evoluzione più recente dell’offerta ETF dei big del settore e che quest’ultima nasce sin da subito su un’indicizzazione proprietaria prodotta internamente dagli stessi. Se SSGA ha terminato la collaborazione con FTSE Russell nel dicembre scorso su parte degli indici smart beta equity e ha iniziato a marzo di quest'anno una collaborazione con Barclays per la creazione di indici proprietari smart beta fixed income, Goldman Sachs ha lanciato a giugno la sua gamma di indici smart beta low cost basati sull’obbligazionario denominata Access.

Goldman Sachs Access Investment Grade Corporate Bond ETF traccia il Citi Goldman Sachs Investment Grade Corporate Index un indice che si propone di tacciare bond corporate ad alto standing creditizio con una duration effettiva di 7.10 e una maturity media ponderata di 10.51, valutando i titoli sulla base di caratteristiche di liquidità, fondamentali, margine operativo e leverage ratio per decidere universo investibile e pesi in portafoglio. Non è un caso che proprio ieri dodici luglio BlackRock tramite iShares, abbia inaugurato la propria linea built in house di indici obbligazionari smart beta multifattoriali (famiglia Edge secondo la nomenclatura iShares) provvedendo al contestuale lancio di due ETF su questi costruiti ossia l’iShares Edge Investment Grade Enhanced Bond ETF and iShares Edge High Yield Defensive Bond ETF, operando, nel contempo, anche la quotazione di due nuovi prodotti ESG anch’essi sull’obbligazionario oltre al lancio dell’ iShares $ Floating Rate Bond UCITS ETF. iShares Edge Investment Grade Enhanced Bond ETF e iShares Edge High Yield Defensive Bond ETF, a differenza dei classici market capitalization weighted iBoxx $ High Yield Corporate Bond e iBoxx $ Investment Grade Corporate Bond, sono due prodotti smart beta equal weigted al 2% ottimizzati da BlackRock per massimizzare il rendimento aggiustato per il rischio secondo metodologie proprietarie. In particolare, appartenendo iShares Edge High Yield Defensive Bond ETF alla categoria degli obbligazionari high yield, nasce spunto per un'altra interessante considerazione inerente le fee. Storicamente gli ETF high yield sono stati una delle poche categorie di ETF che non è riuscita a sovraperformare le controparti attive, soprattutto a causa dei costi elevatissimi della replica su un mercato oltretutto tipicamente molto poco liquido ( necessita di ribilanciamenti molto più numerosi rispetto alle altre categorie di investimento, ribilanciamenti che proprio a causa della scarsa liquidità e della replica passiva rischiano di essere negoziati anche a condizioni svantaggiose). Si tratta in sostanza di uno dei pochi baluardi della gestione attiva che ancora resistono all’avanzata ETF ed uno dei settori nei quali l’impatto delle fee ridotte e di strategie rule based più strutturate può fare più differenza e pertanto non sorprende che iShares inizi il proprio percorso nell’indexing proprio da questa categoria di bond. I prodotti sostenibili, invece, sono basati su indici MSCI ESG Select capped al 5% per singolo titolo che mixano scoring ESG con le canoniche valutazioni market capitalization proprie dell’indice MSCI classico da cui derivano cercando, come di consueto, di mantenerne quanto più possibile le caratteristiche di rischio e rendimento. In questo caso la trading venue non è il NYSE ma piuttosto il Nasdaq mentre i nuovi prodotti obbligazionari smart beta fixed income saranno quotati sul circuito Bats. La scelta delle trading venues stesse è in linea con le decisioni strategiche che hanno portato allo spostamento sul circuito Bats di 50 prodotti iShares solo pochi giorni prima come strategica del resto viene anche definita la decisione di lanciare la nuova famiglia di indici, che BlackRock motiva, secondo le dichiarazioni di Martin Small U.S. Head of iShares, con la volontà dell’asset manager di essere “onnipresente in ogni mercato mobiliare”. Questa affermazione assume particolare rilevanza se si tengono in considerazione i rumors riportati da New York Times circa una sorta di "accordo" che porterebbe i maggiori Asset Managers mondiali a cooperare nel porre un limite al predominio dei colossi dell’indexing anche sull’equity. Chiudiamo facendo notare che il controllo interno degli indici da parte degli emittenti potrebbe aiutare non poco gli stessi a realizzare notevoli risparmi nell'adempimento di quegli obblighi di compliance aggiuntivi noti come "ongoin listing standards" che la SEC ha fortemente voluto per la strumentazione ETF, da sempre osteggiati dai principali AM appunto per i costi impliciti ma pure per un discorso di concreta realizzabilità della proposta non essendo il controllo degli indici una prerogativa degli emittenti, almeno per ora….


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